Ultima modifica: 9 gennaio 2020
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Progetto cinema: Urla del silenzio – 16 gennaio alle 14,30

Ispirato al best-seller di Sidney Schanberg, Urla del silenzio è un flim di Roland Joffé, al suo debutto in veste di regista.

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Ispirato al best-seller di Sidney Schanberg, Urla del silenzio è un flim di Roland Joffé, al suo debutto in veste di regista.

Liberamente tratto da “La morte e la vita di di Dith Pran” di Schanberg, viene pubblicato nel 1980.

Sidney Schanberg, scrittore e giornalista statunitense, fu corrispondente del New York Times durante la guerra del Vietnam, e divenne grande amico di Tiziano Terzani, nel periodo in cui entrambi vissero in Indocina.

Nel libro, come nel film, si raccontano le vicende che sconvolsero la Cambogia degli anni ’70, a causa delle atrocità commesse dal dittatore Pol Pot.

Per l’alto contenuto di sequenze forti, il film lo si può ascrivere come appartenente al genere drammatico.

Uscito nelle sale cinematografiche nel 1984, la pellicola si pregia di attori quali Haing S. Ngor, John Malkovich, Sam Waterson, Julian Sands e Craig Nelson, oltre che dell’eccellente sceneggiatura di Bruce Robinson. Sceneggiatura che racconta la violenza senza indugiare eccessivamente su scene cruente.

Stupisce positivamente la regia di Joffé, che ha un grande gusto per l’immagine senza scadere nel patinato o nell’artificioso, e che trova nel montatore Jim Clark e nel direttore della fotografia Chris Menges due solidissime spalle su cui poggiarsi: entrambi tra l’altro si sono guadagnati il premio Oscar. Ottimi anche gli interpreti, con una nota di rilievo per un eccezionale Haing S. Ngor, altro premio Oscar (la pellicola in totale ha vinto tre statuette su sette nomination).

Ambientato inizialmente nel 1973, vengono rievocati i giorni che videro protagonista la popolazione della Cambogia, sottoposta alla dittatura comunista dei khmer rossi, la quale affonda le sue radici nella Cina di Mao.

Sidney Schanberg, (Sam Waterson) giornalista del “New York Times” viene mandato nel 1972 in Cambogia, per seguirvi la guerra tra i Kmer rossi ed il governo di Lan Nol e là si avvale del dott. Dith Pran (Haing S. Nogor), un laureato in chirurgia, come guida ed interprete. Tra i due si stabilisce un profondo rapporto di stima e di amicizia, più che di collaborazione professionale.

 Divenuti inseparabili e dopo aver insieme realizzato servizi assai importanti, i due si trovano il 17 aprile 1975 a Pnom Penh, capitale cambogiana, sottoposta anche a bombardamenti americani, al fine di impedire al dittatore di andare in soccorso al Vietnam del Nord, in conflitto con gli USA, quando i “liberatori” occupano la città.

Con quest’ultimo atto, dopo una serie di terribili conflitti interni, la guerra pare essere terminata. Ma così non sarà. Perché la popolazione dovrà subire ancora soprusi e brutalità di ogni sorta.

Anche i due saranno vittime della difficile situazione. Catturati dai khmer rossi, riusciranno con fatica a rifugiarsi nell’ambasciata francese, in attesa degli elicotteri americani pronti per l’evacuazione.

 Purtroppo, il destino dell’interprete, privo del passaporto sequestrato dai soldati, non sarà identico a quello dell’americano.

Dopo varie peripezie, durante il quale Al Rockoff (John Malkovich), fotoreporter, cerca di procurare a Dith Pran un documento fittizio, l’interprete sarà costretto ad allontanarsi dall’ambasciata e a subire la brutalità delle bande di Pol Pot, perduto nella folla di compatrioti, che già i Kmer avviavano, tra insulti e malvagità indicibili, verso la frontiera vietnamita. Internato in un campo di lavoro, sottoposto come tutti a massacranti fatiche, ad inaudite vessazioni ed sì ben noto indottrinamento politico, Pran riuscì a fuggire e ad arrivare, dopo stenti e pericoli incessanti, in un campo della Croce Rossa thailandese. Rientrato dal canto suo a New York, dove nel frattempo giungevano dalla Cambogia notizie tragiche (sterminio da parte dei Kmer rossi di almeno tre milioni di persone), Sidney non cessò un istante le sue ricerche dell’amico Pran in tutte le sedi e presso tutte le Organizzazioni possibili. Nel 1976 egli vinse il premio Pulitzer per le sue corrispondenze di guerra ma, al momento dell’assegnazione, egli, premesse alcune coraggiose dichiarazioni e valutazioni sulla politica USA in Cambogia, pubblicamente attestava di ritirare il premio – condividendo – anche a nome dell’uomo che in Cambogia si era rivelato un ottimo giornalista ed una persona straordinaria. Sidney, che sempre avvertiva un senso di colpa per aver rimesso a Pran la scelta fra il restare nel proprio Paese o il lasciarlo insieme a lui, fu infine premiato nei suoi sforzi. L’incubo che gli davano le sue ansie e i suoi rovelli finì il 9 ottobre del 1979, quando, essendo stato Pran finalmente identificato e ritrovato, potè volare in Thailandia ed ivi riabbracciare l’amico. (La storia è autentica e i due giornalisti vivono oggi, con le rispettive famiglie, ambedue a New York, lavorando sempre al “New York Times”.

Urla del silenzio è pellicola dall’intensa carica emotiva, e quadro realistico del giornalismo d’assalto.

Il film si divide nettamente in due parti, chiuse entrambe da un intenso primo piano: la prima è concentrata sulla guerra pre-regime, segnata dall’incursione occidentale degli USA (aspramente criticata) e chiusa non a caso sul protagonista americano, Sidney (Sam Waterston); la seconda è dedicata invece alla ricostruzione delle terribili condizioni dei cambogiani sotto l’Angkar (organizzazione politica al potere dal 1975 al 1979) e si spenge sul volto di Dith (Haing S. Ngor). Due parti che insieme restituiscono una vibrante testimonianza su orrori difficili da concepire, arricchita, e per questo capace di entrare sotto la pelle più di un mero documento storico, da una bellissima vicenda di amicizia, cardine principale di tutta la narrazione.

Storia vera, attraverso scene crude e dai risvolti forti Urla del silenzio mette in luce le atrocità a cui il genere umano può arrivare, senza ragione alcuna.

 Se non quella della brama di potere e del desiderio di sopraffazione del forte sul debole.

Urla del silenzio è un film sì politico, oltre che di denuncia, ma non è raccontato da un particolare punto di vista, in quanto libero da alcun vincolo politico precostituito.

Drammatica e struggente, la pellicola non è però patetica; non sfiora infatti alcuna forma di pietismo fine a se stesso.

Oltre alle agghiaccianti vicende belliche di cui si racconta, dal film evince anche un aspetto emotivo che dà al film una connotazione sentimentale. Tale da attenuare, almeno in parte, la brutalità di cui molte scene sono permeate.

Si tratta dell’amicizia fra i due personaggi principali, la quale va oltre gli ostacoli che hanno separato le loro vite.

Senza dubbio, è un esempio di positività umana.

L’ottima regia assolve appieno il suo compito, ovvero quello di consegnare allo spettatore un’opera su cui riflettere, oltre che mezzo per attivare le coscienze.

Dunque, un film-verità dei fatti che raccontano una della pagine più buie e infime della Storia.

Racconto, che seppur doloroso, permette allo spettatore di soffermarsi sulla brutalità che gli uomini mettono in atto nei confronti dei loro simili.

Pellicola dai numerosi riconoscimenti, Urla del silenzio, il cui titolo originale è The Killing Fields, ovvero I campi di sterminio, è stato vincitore di tre premi Oscar.

Premi andati a Haing S. Ngor quale migliore attore non protagonista, alla fotografia e al montaggio. Ha ricevuto inoltre altre e importanti testimonianze di apprezzamento.

Quindi, Urla del silenzio è una pellicola da guardare e stimare in “religioso silenzio”.

Ed è con un breve e struggente dialogo che si conclude la visione del film.

“Mi perdoni?”

“Niente da perdonare Sidney, niente.”

 

Recensione audio:    https://www.youtube.com/watch?v=2tUbUXkXN1Q

 

LA STORIA

 La storia della Cambogia contemporanea, nazione chiamata anche Kampuchea, è caratterizzata dalla presenza di due uomini: Norodom Sihanouk e Pol Pot.

Il primo fu fino al 1954 il sovrano assoluto del regno di Cambogia. Discendente da una casata regnante abituata a esercitare un potere al limite del dispotismo, questo personaggio non si sottrasse nella prima parte della sua vita al medesimo cliché. Condusse una giovinezza lussuosa e smodata, senza mai curarsi effettivamente del proprio popolo. Quando assurse agli onori del trono ci si sarebbe aspettati un sovrano inetto e poco avvezzo al governo, invece ci si dovette immediatamente ricredere. Educato in scuole d’estrazione tipicamente francese, aveva avuto modo di aprirsi alle idee occidentali di democrazia e prosperità della nazione. Così, divenuto re, pur non abbandonando il proprio stile di vita, seppe dare alla Cambogia una parvenza di liberalità. Nel 1954, nel momento in cui i francesi si ritirarono dalle loro colonie, si fece eleggere monarca costituzionale, mettendo alla prova del voto elettorale la propria carica. I quindici anni che seguirono furono caratterizzati da una politica moderata in ambito economico e decisamente neutrale in campo internazionale.

Il Sud-Est asiatico degli anni sessanta fu tuttavia travagliato dal protrarsi del conflitto in Vietnam. La Cambogia costituiva per i Vietcong la base ideale da dove partire per tormentare le retroguardie del Sud Vietnam nel Delta del Mekong. Annidatisi in territorio cambogiano a metà di quel decennio, le truppe comuniste del Nord Vietnam ebbero mano libera per diverso tempo a causa dello scarso peso dell’esercito cambogiano. Con l’intensificarsi del conflitto tra Vietnam e Stati Uniti, la Cambogia si trovò tra due fuochi. Da una parte la presenza militare di Hanoi impediva di seguire appieno le direttive statunitensi, dall’altra le pressioni economiche americane rischiavano di strangolare la debole economia del paese asiatico. Tra le due opzioni, Sihanouk decise di mantenere una condotta che non si scontrasse né con lo scomodo vicino né con la superpotenza mondiale. Denunciò la presenza dei Vietcong nel suo paese, ma non si attivò mai per scacciarli.

La figura ambigua di Lon Nol

Nel 1969, gli Stati Uniti raggiunsero il loro massimo impiego in termini di truppe sul fronte vietnamita e non potevano permettere che un paese ai loro occhi insignificante come la Cambogia rendesse insicuro persino il posto di comando di Saigon, dando asilo alle truppe ribelli comuniste. Visto l’immobilismo del sovrano, si cercò di scovare un governante più accondiscendente. Fu individuato nella persona di Lon Nol.

Presumibilmente appoggiato dalla CIA, ottenne una grande vittoria elettorale in quell’anno, la quale gli permise di presentarsi da Sihanouk con l’investitura dell’elettorato. Divenuto primo ministro dietro nomina reale, Lon Nol non attese molto prima di manifestare le sue vere intenzioni. Approfittando dell’assenza del sovrano recatosi in Francia per problemi di salute, mise in atto un colpo di stato che destituì il re, privandolo d’ogni potere conferitogli dalla costituzione.

Sihanouk fu colto alla sprovvista dalla sua defenestrazione. Forse per ingenuità o per eccessiva faciloneria, aveva dato lui stesso la posizione di potere a Lon Nol. Esiliato in Francia senza fondi e senza appoggi, si mosse alla ricerca di amici. Dall’intervista che egli rilasciò a Oriana Fallaci e che possiamo leggere nel suo libro “Intervista con la Storia“, possiamo farci un’idea di quali fossero le sue sensazioni durante tale primo periodo. Escluse immediatamente una collaborazione con L’Unione Sovietica, poiché come lui stesso disse “i sovietici aiutano solo i comunisti obbedienti” e Sihanouk non era né comunista né, tanto meno, obbediente. Molte delle nazioni tradizionalmente favorevoli al suo regime, tra cui la Francia e l’Italia, gli voltarono le spalle riconoscendo il governo di Lon Nol. Isolato, l’unica mano amica gli fu tesa dalla Cina. Zhou Enlai lo volle a Pechino personalmente per garantirgli l’appoggio cinese alla causa cambogiana.

I Khmer Rossi, espressione del comunismo contadino

Il sostegno finanziario e militare della Cina comunista sarebbe servito a ben poco se Sihanouk non avesse ottenuto anche la collaborazione dei Khmer Rossi. Questi ultimi erano formazioni partigiane comuniste che, a partire dall’abbandono francese della Cambogia, avevano imperversato nella parte settentrionale del paese, protetti dal terreno ricoperto dalla giungla, favorevole alla lotta di guerriglia. Essi prendevano il nome dagli antichi abitanti della Cambogia che nel passato avevano dominato tutta l’Indocina prima di essere sconfitti dai Vietnamiti e costretti ad abbandonare gran parte dei propri possedimenti. Figura dominante al loro interno era Pol Pot, il cui vero nome, Saloth Sar, rimase a lungo un segreto.

Bisogna ricordare che Sihanouk si batté a lungo contro i Khmer Rossi quando ancora era al potere, ma una volta spodestato, riconobbe da buon uomo di stato che l’interesse contingente veniva prima delle convinzioni politiche. Egli affermò: “per me il nemico principale è l’imperialismo americano e il fascismo di Lon Nol; il nemico secondario sono i comunisti. Conclusione, scelgo di stare col nemico secondario per sconfiggere il nemico principale… I Khmer Rossi non mi amano affatto, mi tengono con loro perché senza di me non avrebbero i contadini e una rivoluzione in Cambogia non si fa senza i contadini. Una volta vinta la rivoluzione mi sputeranno come il nocciolo di una ciliegia.” (Fallaci, cit.) La sua lucida disamina dei fatti si sarebbe avverata in ogni particolare, divenendo il suo unico errore, ma gravissimo. Il re auspicava l’avvento del comunismo nel paese perché a suo dire la rivoluzione proletaria aveva avuto successo nelle zone già liberate e piuttosto che vedere una riedizione delle Filippine di Marcos e della Corea di Kim, preferiva una nazione agraria e indipendente.

L’ascesa dei Khmer non fu immediata. Nel 1973, mentre si stavano già tenendo i colloqui di pace tra Kissinger e Le Duc Tho per il rimpatrio del contingente americano, gli Stati Uniti invasero la Cambogia all’inseguimento dei Vietcong. Lon Nol diede pieno appoggio all’operazione, inimicandosi gli strati più bassi della popolazione. L’efficacia dell’attacco fu pressoché nulla. I Vietcong adottarono una tecnica molto semplice ritirandosi in buon ordine nella giungla già occupata dai Khmer, fermando le loro operazioni fino a quando la calma non fosse tornata. Essa non tardò a lungo, in quanto la firma della pace tra Vietnam e Stati Uniti rese inutile la prosecuzione degli scontri sul territorio cambogiano.

La vittoria comunista, l’invasione vietnamita e la scoperta del genocidio borghese

Finita la guerra, le truppe irregolari del Nord Vietnam fecero ritorno nel loro paese, lasciando in una fragile pace la Kampuchea. Gli anni che vanno dal 1973 al 1975 sono caratterizzati dal lento progredire delle unità ribelli dei Khmer verso Phnom Penh, la capitale. Si arrivò al punto che solo quella città rimase in mano al governo di Lon Nol e unicamente grazie alla grande campagna di bombardamenti posti in essere dagli Stati Uniti che ancora vedevano l’avanzata del comunismo in Indocina come una minaccia dei loro interessi. Ritiratasi completamente nel 1975 dal Vietnam, l’amministrazione americana non ebbe tuttavia più modo di giustificare le spese per il mantenimento operativo degli stormi di bombardieri in Cambogia. Venuto meno l’aiuto del potente alleato occidentale, declinò anche la stella di Lon Nol che il 1 Aprile 1975 riuscì miracolosamente a fuggire alle Hawaii, lasciando Phnom Penh ai Khmer che vi entrarono il giorno 17 dello stesso mese.

Vittoriosi su tutto il campo, i rappresentanti del comunismo si dovevano ora cimentare col governo del paese. Innanzi tutto c’era la questione di Sihanouk.

Si doveva tenere fede ai patti e spartire con lui il potere o si poteva eliminarlo e farne a meno? Le parole del re a proposito del suo ascendente sui contadini erano vere e sfortunatamente per i Khmer, essi dovettero cedere all’idea di nominarlo Presidente della Repubblica Cambogiana. L’investitura così ricevuta resse solo formalmente e per poco meno di un anno.

Sihanouk, in effetti, era prigioniero dei suoi stessi alleati che già avevano cominciato i preparativi per uno dei più grandi massacri che la storia ricordi. I metodi del regime comunista rimasero per diversi anni nascosti all’opinione pubblica in conseguenza dell’isolamento in cui i Khmer costrinsero la Cambogia. Solo il conflitto con il Vietnam avrebbe dissolto la nebbia su questi crimini. Il terreno fertile in cui affondavano le radici della nuova guerra risaliva indietro nel tempo per secoli. Come già ricordato, i Vietnamiti avevano contribuito alla caduta dell’impero Khmer e la diversità razziale esistente tra le due popolazioni era considerata più importante dell’appartenenza dei due stati all’area comunista. Firmati gli accordi con gli Stati Uniti, il Vietnam aveva in pratica abbandonato la Cambogia al suo destino. La faticosa lotta di Pol Pot per la vittoria aveva ammantato i Khmer Rossi di un alone di invincibilità che spinse il nuovo dittatore a eccessi di megalomania. Seguendo una insana volontà espansionistica, arrivò ad attaccare a più riprese i confini vietnamiti fino a scatenare la reazione di Hanoi. Il giorno di Natale del 1978, 150.000 soldati del riunificato Vietnam invasero la Cambogia conquistandola in soli 13 giorni. Braccato dall’esercito nemico, Pol Pot si diede alla macchia per riorganizzare le sue schiere.

La vittoria del Vietnam portò alla luce l’orrore delle fosse comuni. Nella mente visionaria di Pol Pot, indottrinato alla vecchia scuola del comunismo proletario della rivoluzione continua, la Cambogia sarebbe dovuta divenire un paese totalmente autosufficiente dal punto di vista economico e dal momento che l’unica vera risorsa che esisteva era l’agricoltura, su di essa fece affidamento. Le altre professioni furono bandite, specialmente quelle borghesi, e chi vi si dedicava fu perseguitato fino alla morte con la spietata metodicità caratteristica di tutte le ideologie messe in mano a uomini con menti devianti.

In particolare, gli appartenenti alla borghesia e ai ceti politici vennero in principio deportati in campi di lavoro e successivamente trucidati. Essere “erudito” oltre il minimo indispensabile per saper leggere e scrivere poteva costare caro, anche la vita. Non si è mai riusciti a calcolare la portata dei massacri, ma secondo una stima attendibile, su sette milioni di abitanti residenti in Cambogia al momento dell’ascesa di Pol Pot, tra un milione e mezzo e tre milioni vennero uccisi dalle squadre della morte Khmer. La pacificazione forzata imposta dalla sconfitta militare non doveva però durare a lungo. Il Vietnam che durante la guerra con gli Stati Uniti aveva avuto grandi aiuti dalla Cina, si era spostato su una posizione più filosovietica. La Repubblica Popolare Cinese, vedendo nell’allargamento del Vietnam un tentativo di accerchiamento da parte russa, intervenne in aiuto dei vecchi amici cambogiani, inviando una spedizione punitiva che nel febbraio e marzo 1979 mise a ferro e fuoco la regione settentrionale del paese.

Sihanouk torna in sella

L’azione cinese indebolì la resistenza vietnamita che, pur detenendo il potere in Cambogia, non ebbe mai il completo controllo sul territorio dove rimanevano molto attivi i Khmer Rossi. All’estero, nel frattempo, nacquero due movimenti per la liberazione della Kampuchea: il Fronte Nazionale per la Liberazione (detti Khmer blu), di estrazione nazionalista, e il Fronte Unito Nazionale per una Cambogia Indipendente, Neutrale, Pacifica e Cooperativa (Khmer Bianchi), capitanati da Sihanouk. Il sovrano dimostrava di avere mille risorse.

Deposto per la seconda volta nel 1976, era scampato all’esecuzione rifugiandosi nuovamente a Pechino. Già scottato dalla collaborazione con Pol Pot, Sihanouk avrebbe dovuto trarne insegnamento. Invece, come se nulla fosse accaduto, nel 1982 accettò di presiedere un comitato comune che comprendesse le tre fazioni della resistenza. Nonostante la coalizione tra le forze ribelli, il Vietnam possedeva un apparato militare efficiente che avrebbe annientato ogni oppositore se non fossero venute meno le risorse finanziarie. Uscito distrutto economicamente dalla rovinosa guerra di indipendenza con la Francia e poi da quella di riunificazione contro gli Stati Uniti, la sovvenzione di un esercito bloccato in pianta stabile in un paese straniero non rientrava nelle sue possibilità finanziarie.

La sospensione dell’appoggio sovietico nel 1988 costituì il pretesto per un ritiro che da tempo era nell’aria. Il governo fantoccio cambogiano si persuase alle trattative con le altre parti in causa che portò a un accordo per la cessazione delle ostilità nel 1991. L’ONU garantì la permanenza della pace con 22.000 caschi blu fino allo svolgimento delle elezioni.

Queste ultime si tennero tra il 23 e il 28 Maggio 1993 con la sorprendente vittoria del partito di Sihanouk sui comunisti. Varata la costituzione democratica, l’ex re e presidente, ricevette di nuovo la corona e il definitivo consolidamento del governo cambogiano sembrava cosa fatta. Al contrario, Sihanouk espulse i rappresentanti dei Khmer Rossi dal governo, adducendo come pretesto il loro rifiuto di disarmarsi come previsto dall’accordo di Parigi. L’ennesimo ritorno alla clandestinità dei Khmer e le tendenze golpiste persino tra i figli dello stesso presidente non lasciarono spazio a un avvenire troppo roseo per la florida Kampuchea.

Tuttavia il tempo dei guerriglieri comunisti era ormai tramontato. Dopo una diserzioni di massa, tra il 1994 e il 1999, tutti i capi dei Khmer Rossi, compreso Pol Pot (morto nel 1998) si arresero, furono arrestati e processati anche a seguito della creazione dell’apposita Khmer Rouge Trial Task Force che si sarebbe occupata della persecuzione dei criminali coinvolti nel genocidio cambogiano.

Quando ormai la tranquillità pareva raggiunta, nel 2004 re Sihanouk abdicò in favore del figlio per presunti contrasti col primo ministro cambogiano, fatto che testimonia le molte difficoltà politiche ed economiche che ancora affliggono quell’angolo di Indocina.

 

 

I KHMER ROSSI

 

Il 17 aprile 1975, esattamente 40 anni fa, i  seguaci del Partito Comunista cambogiano – i cosiddetti “Khmer Rossi” – entrarono con i carri armati a Phnom Penh, la capitale della Cambogia, dopo avere sconfitto il regime di Lon Nol sostenuto dagli americani. Nel giro di poche ore i Khmer Rossi costrinsero la popolazione di Phnom Penh – circa 2 milioni di persone – a lasciare la città, in quella che fu una delle più grande migrazioni forzate della storia recente e che trasformò la capitale cambogiana in una cosiddetta “città fantasma”. Una volta presa Phnom Penh, infatti, la prima azione fu quella di far evacuare la città, affrettando la fuoriuscita verso le campagne. Venduta come soluzione temporanea, i leader del partito sfruttarono la scusa delle carestie per ripopolare le vaste campagne della Cambogia. Inoltre, ogni cittadino straniero fu cacciato immediatamente dal suolo della nuova terra cambogiana, tranne alcuna eccezione, come i cittadini dell’alleata Repubblica Popolare Cinese.

La deportazione fu dunque effettiva e definitiva.

Il 17 aprile 1975 è quindi considerata la data dell’inizio della dittatura dei Khmer Rossi in Cambogia, durata fino al 1979: in questi quattro anni circa 2 milioni di persone – un quarto dell’intera popolazione cambogiana – fu uccisa dai Khmer Rossi o morì per le conseguenze del duro regime imposto su tutto il paese.

 

I Khmer Rossi erano nati nel 1968 come una divisione dell’Esercito Popolare vietnamita del Vietnam del Nord: il loro obiettivo era creare una società agraria completamente autosufficiente, in cui i vertici del partito – conosciuti in quegli anni con il nome di “Angkar” – controllassero tutti gli aspetti della vita dei cambogiani. Si trattava di un’ideologia che univa alcuni elementi del marxismo con una versione estremizzata del nazionalismo khmer, termine che indica il gruppo etnico più grande della Cambogia. I Khmer Rossi instaurarono una delle dittature più violente e terribili del Ventesimo secolo: nei quattro anni di regime costruirono in diverse parti del paese prigioni e campi di sterminio.

L’organizzazione è ricordata soprattutto per aver orchestrato il genocidio cambogiano. I suoi tentativi di riforma agraria portarono ad una diffusa carestia, mentre l’insistenza sull’assoluta autosufficienza, anche nella fornitura di medicinali, determinò la morte di migliaia di persone a causa di malattie curabili come la malaria. In particolare fu spietato l’accanimento contro gli abitanti della capitale, che il nuovo regime svuotò completamente, e contro i presunti “intellettuali” (portare gli occhiali era sufficiente per essere eliminati), nonché la distruzione dei nuclei familiari con la separazione tra uomini e donne e l’educazione dei bambini alla delazione a danno degli stessi genitori. Le esecuzioni arbitrarie e le torture eseguite contro elementi sovversivi (accusa per la quale bastava essersi lamentati per la mancanza di cibo o avere omesso di partecipare a una qualche riunione di condizionamento ideologico) sono stati considerati come esempio di genocidio; le esecuzioni erano frequentemente plurime ed effettuate dagli stessi condannati, che venivano allineati mettendo in mano al secondo della linea un martello o un badile con cui era obbligato a uccidere il primo, per poi passare l’arma al terzo della linea ed essere a propria volta ucciso da costui.

Complessivamente furono massacrati dagli khmer rossi 1,6 milioni di Cambogiani, equivalenti a quasi un quarto dell’intera popolazione

Chhung Kong, insegnante cambogiano di francese, ha raccontato ad AFP che quel 17 aprile i Khmer Rossi entrarono a Phnom Penh guidando dei carri armati e sventolando delle bandiere comuniste. La maggior parte della popolazione li accolse festeggiandoli per strada come dei “liberatori”. Nel giro di poche ore, tuttavia, i Khmer Rossi costrinsero l’intera popolazione di Phnom Penh a lasciare la città, dicendo che si trattava di una misura temporanea. Chhung Kong ha raccontato:

«Le persone hanno cominciato a lasciare la città, alcune portandosi dietro qualche effetto personale, altri po’ di riso. Io non avevo niente, i miei parenti misero insieme un po’ di riso. Ma dovevamo stare via solo tre giorni, perché avremmo dovuto portare a dietro più cose?»

Centinaia di migliaia di persone furono portate a lavorare nei campi. I sopravvissuti del regime hanno raccontato che il lavoro il campagna era massacrante: le persone erano costrette a lavorare più di 10 ore al giorno, e normalmente venivano date loro solo due ciotole di riso, una a pranzo e una a cena. Chi veniva trovato a rubare – anche solo della frutta – veniva ucciso. Furono uccisi moltissimi monaci buddisti e persone appartenenti a classi sociali elevate. Tra le categorie più colpite ci fu quella degli insegnanti: i sopravvissuti raccontano ancora oggi che chi portava gli occhiali veniva arrestato, perché gli occhiali erano associati a un alto grado di istruzione.

Molti ragazzini furono obbligati ad arruolarsi nell’esercito. Scuole, banche e ospedali furono  aboliti e gli anni del regime registrarono un susseguirsi di crimini. L’emblema di questo periodo di massacri e di torture è una scuola superiore di Phnom Penh, trasformata in una prigione. Oggi è diventata un memoriale per ricordare l’orrore di quegli anni.

 

Tra le tante assurde curiosità che ha scaturito questo caso di proto-totalitarismo in Asia, sicuramente risalta l’organizzazione politica e amministrativa messa in piedi dall’èlite al governo. Nella Kampuchea Democratica esistevano strutture statali simili a quelle occidentali, come ministeri e uffici burocratici, ma esse erano funzionali solo per gestire le relazioni con l’estero e a pianificare dall’alto le azioni del regime. Invece questi apparati non venivano assolutamente utilizzati per stabilire un rapporto diretto con i cittadini comuni, i quali vivevano nella più totale inconsapevolezza del loro funzionamento e dell’identità stessa dei funzionari addetti alla loro direzione. Così, mentre all’esterno il regime e il Partito mostravano una facciata convenzionale, al suo interno si presentava esclusivamente sotto le enigmatiche spoglie dell’Angkar, misterioso ente politico supremo con peculiarità vicine all’idea di “Grande Fratello” proposta nel romanzo “1984”, di George Orwell.

Senza perderci in vane teorie complottistiche, si può dire che la popolazione veniva costretta a venerare tale onnipresente ma impalpabile entità. Infatti, un video propagandistico ufficiale del governo recitava: “L’Angkar ha occhi ed orecchie dappertutto”.  Era l’unico mezzo di rappresentazione reale del partito dei Khmer rossi, i cui leader ebbero per lungo tempo identità del tutto ignote agli occhi dei cittadini. L’Angkar entrò prepotentemente nell’immaginario collettivo come l’infallibile e unico esecutore della giustizia, della sorveglianza e della difesa del popolo cambogiano, nonché unico oggetto di amore consentito alle persone. Non stupisce infatti l’obiettivo principale del partito, ossia la creazione di un uomo nuovo, che doveva essere: rivoluzionario, ateo, etnicamente “puro”, privo di inclinazioni borghesi, dedito esclusivamente al lavoro dei campi, alla propria patria e all’Angkar.

Dal 1975 al 1979 non furono uccisi solo civili, ma anche Khmer Rossi considerati dei traditori del regime. Ancora oggi, scrive il Guardian, la Cambogia sta cercando di risolvere la complicata questione di chi sono i colpevoli e chi sono gli innocenti: in quegli anni molti ragazzini furono costretti ad arruolarsi nell’esercito di regime o furono indottrinati allo scopo di impedirgli di scegliere diversamente. Pol Pot – il leader dei Khmer Rossi, chiamato anche “Fratello numero 1 – morì il 15 aprile del 1998: la sua morte significò per molti cambogiani la fine definitiva della minaccia dei khmer rossi. Da anni intanto vanno avanti i processi contro alcuni esponenti importanti del partito comunista: se ne sta occupando il Tribunale speciale per Khmer Rossi, un tribunale misto istituito da un accordo tra Cambogia e Nazioni Unite. Lo scorso agosto il Tribunale ha condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità Khieu Samphan, capo di stato del regime, e Nuon Chea, allora capo ideologo del partito.

 

 

 

 




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